Sulla differenza tra EAP, self-publishing e indie-publishing

 

La narrativa erotica conta un gran numero di libri autopubblicati, e anche io voglio dire la mia sul fenomeno degli scrittori che si autoproducono, quelli che oramai la stampa chiama #Self.
Per me autoprodursi è una cosa normale e parecchio cazzuta, visto il mio passato punk-goth (questo blog infatti si chiamava Pornopunk, prima che Google mi rompesse le scatole pure per il nome, e non solo per le foto di donne nude). Nel punk la cultura dell’autoproduzione era appunto una cultura, e io non posso che essere favorevole a ogni fermento, ogni espressione artistica che accenda una discussione. Mi sento però di fare un distinguo tra il self-publishing e l’indie-publishing, che considero due cose ben diverse.
L’indie-publishing, come dice il nome, presuppone una produzione indipendente, e questo significa che se l’autore rinuncia all’appoggio di una casa editrice non rinuncia invece agli strumenti che gli avrebbe fornito eventualmente l’editore, cioè un buon editing e un serio lavoro di impaginazione e grafica, che si tratti di paperback o ebook non ha importanza. Se non è in grado di occuparsi da solo di tutto il processo produttivo, l’autore è disposto anche a pagare degli editor o dei grafici professionisti, perché crede nel suo lavoro e perché sa di aver scritto un testo che può piacere o no (il gusto è soggettivo) ma che è comunque valido e per questo motivo è disposto a investire su se stesso affinché il libro abbia le stesse potenzialità di una pubblicazione tradizionale. Di diverso invece c’è lo spirito con cui si passa ad un operazione del genere. Su Twitter ho avuto modo di chiacchierare con diversi autori inglesi e americani che fanno indie pub. Molti di loro hanno fatto la gavetta sulle riviste di settore (fantasy e horror per la maggior parte), alcuni sono passati all’autoproduzione dopo le deludenti esperienze con l’editoria tradizionale (piccola distribuzione, royalties basse, copertura stampa insufficiente, ecc.), altri ancora tengono il piede in due scarpe senza farsi problemi, alternando indiepub e pubblicazioni tradizionali. Insomma, l’universo indie è molto vario e molto professionale, tanto che in breve tempo sono nate associazioni di scrittori indipendenti volte ad aiutare chi si affaccia per la prima volta all’autoproduzione. Una cosa del genere in Italia la fa Alberto Forni. Su Twitter invece ci pensa Rayne Hall, scrittrice inglese specializzata in fantasy e horror. I suoi tweet rintracciabili sotto l’hashtag #indiepubtip costituiscono dei preziosi consigli per chiunque abbia in mente di scrivere un libro, indie o no, mentre i suoi ebook sono un perfetto esempio di indie ben scritta, ben editata e pure ben impaginata. Se masticate un po’ l’inglese fate spazio sul vostro kindle a The Devil Eats Here e capirete cosa intendo io per buona “indie”. Ma – lo ripeto – indie e self si somigliano ma non sono la stessa cosa. Per farla breve: se dietro a un libro indie c’è un serio lavoro di scrittura, editing, impaginazione e grafica, dietro a un libro self c’è solo l’ego dello scrittore. Parliamo di un ego gigantesco e frustrato dall’indifferenza delle case editrici (dice lui) che non sanno riconoscere un capolavoro (il suo) e che invece danno spazio sempre ai soliti raccomandati (qua i nomi variano a secondo della classe sociale dello scrittore self, in genere si va da Fabio Volo a Giorgio Faletti, passando per Mauro Corona e Carofiglio, fino ad arrivare a Camilleri). Però da un ego così non può che nascere un romanzo così così, e perdonatemi il gioco di parole ma nella mia vita ho visto troppi romanzi self che si distinguevano solo per la loro totale e immensa sciatteria. Sciatteria nella trama, nella grammatica,  nell’impaginazione e pure nella copertina (basta col Comic Sans nel titolo, vi prego!) E sapete qual è il motivo di tanta sciatteria? Ma l’ego dello scrittore, naturalmente. Perché allo scrittore self interessa solo di vedere il proprio nome sulla copertina di un libro, non importa se il libro è buono oppure no, tanto tocca a voi leggerlo mica a lui. Lui lo ha scritto e se n’è vantato con amici e parenti, perciò il suo lavoro lo ha già fatto, mica pretenderete pure che abbia rispetto per i suoi lettori!
A proposito di rispetto, vale la pena di chiudere questo post con una piccola considerazione sugli EAP, i cosiddetti editori a pagamento.  C’è chi è a favore e chi è contro, io personalmente sono contro ma non ho intenzione di far polemica. Stavolta mi limiterò a raccontare la mia esperienza. Moltissimi anni fa (mi vestivo ancora da punk) ho lavorato per un breve periodo presso una casa editrice a pagamento. Niente di trascendentale, facevo la segretaria, ma ogni giorno vedevo un nuovo aspirante scrittore trattato da deficiente, un coglione (parola di Boss) a cui spillare soldi con la scusa che «il libro è molto bello ma la nostra casa editrice è piccola, perciò dobbiamo pensare a una condivisione del rischio ed ecco la nostra proposta contrattuale…»
Lasciatemi dire una cosa: l’Editoria A Pagamento non ha niente in comune con la vera editoria, l’EAP è solo merda. Girate la frittata come vi pare, chiamatela condivisione del rischio, contributo alla pubblicazione, o acquisto copie ma sempre merda rimane. Perciò cari aspiranti autori non buttate i vostri soldi nella merda. Piuttosto autopubblicatevi (ma con serietà), oppure fate come me, non abbiate fretta e trovate un editore serio, uno che paghi voi per scrivere, con tanto di anticipo e/o royalties. E tenetevi alla larga dagli imbroglioni.

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